Il fulgore dei frammenti: un lustro di ricerca, visione e territorio
La lingua latina ci consegna nel termine lustrum una duplice e feconda suggestione: se l'aggettivo evoca la purezza di ciò che è nitido e luminoso, il sostantivo indica un’unità di misura del tempo che scandisce il compiersi di un ciclo quinquennale. Giunta alla sua quinta edizione, Fragmenta celebra oggi il suo primo lustro di vita. Cinque anni che sono stati, nel contempo, misura del nostro cammino temporale e testimonianza di quell'impegno profuso per recare "lustro" – inteso come dignità e splendore – al panorama della divulgazione scientifica e culturale.
I traguardi che oggi abbiamo l'orgoglio di condividere con la nostra comunità scientifica e con i lettori testimoniano un successo tangibile: dalle timide trecento copie della prima edizione siamo orgogliosamente passati a triplicare la tiratura dell’ultimo numero.
Un percorso di crescita quantitativa che ha trovato il suo più alto suggello nel prestigioso riconoscimento da parte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), un'attestazione formale che certifica il rigore metodologico, la qualità dei contributi e l’autorevolezza scientifica della nostra pubblicazione.
Anche il nome che ci identifica, Fragmenta, custodisce un’intrinseca polisemia. Rimanda a schegge, porzioni, reperti sottratti all’oblio; nel nostro caso, tessere sparse di una memoria legata all’arte, alla storia e all’archeologia che intendiamo ricomporre per offrirle alla fruizione collettiva.
La complessità della ricerca risiede proprio in questa delicata crasi: coniugare la pazienza quasi artigianale della raccolta di saperi con il severo rigore tassonomico della loro catalogazione ed esposizione.
Guardando alle molteplici gemme intellettuali pervenute alla redazione in questi anni, emerge una riflessione profonda: comprendere il valore di una singola, piccola scoperta, di un ritrovamento o di un’intuizione feconda, significa arricchire l'intero mosaico di una realtà storica e culturale che è, per sua natura, stratificata e polifonica.
Per orientarsi in questa complessità, è suggestivo richiamare l’insegnamento di Edgar Morin, scomparso proprio in questi giorni, un pensatore che ha saputo contaminare la sociologia e la filosofia e viceversa, facendole dialogare con le altre discipline scientifiche unendo al rigore della dottrina la sensibilità dello spirito.
Morin sosteneva che la realtà sia un sistema di alleanze tenuto insieme da forze spesso in tensione. Non a caso, come già Lucrezio e Leonardo da Vinci, egli era affascinato dai vortici: strutture elastiche, autonome e resistenti. Il vortice non è solo un fenomeno idraulico; è una dinamica biologica, sociale e culturale. Guardare alla realtà con la perizia dello scienziato e, al contempo, con lo stupore del fanciullo è l'unico modo per superare la frammentazione delle discipline tradizionali, spesso arroccate in compartimenti stagni. La conoscenza deve invece fluire come in vasi comunicanti.
È proprio in questa prospettiva unitaria e "vorticosa" che si colloca il proposito di Fragmenta per il prossimo lustro. Il sogno e l'obiettivo futuro di ampliare i confini della rivista, estendendo lo sguardo magari alle altre province della nostra regione, scrigni densi di arte, università, musei, biblioteche e associazioni. Crediamo fermamente che un approccio caleidoscopico possa innescare un virtuoso processo di mutuo potenziamento, accendendo scintille destinate a farsi detonatore di nuova ricerca.
Il nostro progetto editoriale continuerà a poggiare su due pilastri complementari: l’inalterato rigore scientifico e l’ardente desiderio di valorizzare l’immenso patrimonio intellettuale del territorio. Con questo auspicio guardiamo al futuro.
Ad maiora, dunque: possa il nostro cenacolo accogliere sempre più menti, più giovani e più idee, unendo l'intero territorio nel segno della cultura.
Andrea Simionato
Direttore editoriale
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Un lustro di Fragmenta: il riconoscimento del metodo scientifico
La cultura non è un bene di consumo, ma una forma di resistenza.
L’indipendenza dello studioso è l’unica garanzia che il passato non venga
manipolato, ma finalmente compreso.
Il quinto numero di Fragmenta. Studi trevigiani di scienze storico-artistiche e archeologiche viene consegnato ai lettori e alla comunità scientifica in un momento di particolare solennità. Il recente accreditamento della rivista come pubblicazione Scientifica e di Classe A in Area 10 e 10/B1 ai fini dell’Abilitazione Scientifica Nazionale da parte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) rappresenta molto più di un riconoscimento formale. È l’attestazione di un’eccellenza che affonda le radici nel rigore metodologico e nella trasparenza dei processi critici. In un panorama editoriale dove la quantità spesso soffoca la qualità, Fragmenta ha scelto di andare controcorrente: saggi corposi e articolati, risultato di studi attenti, lunghe ricerche, analisi approfondite e confronti, poi restituiti con cura e precisione nelle date, note, rimandi bibliografici, proponendo un’alta qualità di contenuti inediti e aggiungendo a margine critiche argomentate.
Come ricordava Bloch «l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato» 1. Ma per comprendere il passato non basta accumulare dati, occorre sottoporli al rigore del metodo scientifico. Il riconoscimento ottenuto certifica che questa rivista è diventata un laboratorio dove il confronto con studiosi riconosciuti è garanzia di affidabilità e rigore: ogni saggio sino a oggi pubblicato da Fragmenta non è solo una narrazione, ma un contributo verificabile che entra a far parte del grande edificio della storiografia nazionale.
Un elemento imprescindibile, che definisce il carattere della rivista, è la sua radicale autonomia. In un’epoca in cui la ricerca spesso dipende da logiche di finanziamento esterne o da indirizzi politici orientati, Fragmenta rivendica con orgoglio la sua natura di rivista libera grazie, soprattutto, ad Antiga Edizioni, che ha sempre creduto in questo progetto. Questa scelta è dettata dalla volontà di preservare un’indipendenza di giudizio assoluta. Tale libertà permette di accogliere anche contributi che sfidano le letture prevalenti, che riaprono confronti su temi consolidati o che illuminano aspetti del patrimonio trevigiano finora trascurati dalla critica ufficiale. Antiga Edizioni ha scommesso sulla cultura intesa come bene primario, mettendo a disposizione della ricerca scientifica un apparato tecnico e materico di straordinario livello, senza mai interferire con l’autonomia del Comitato Scientifico.
La Marca Trevigiana, per Fragmenta, non è solo un luogo geografico, ma un “palinsesto” – per usare una metafora cara a Salvatore Settis – dove ogni generazione ha scritto la propria storia sopra quella precedente, senza mai cancellarla del tutto: indagare la stratigrafia archeologica di un’area urbana o analizzare l’evoluzione di un ciclo di affreschi in una pieve rurale significa compiere un’operazione di “archeologia del sapere”.
Il riconoscimento ANVUR sottolinea che il lavoro svolto su Treviso e il suo circondario possiede una valenza che supera in maniera trasversale e interdisciplinare i confini provinciali. Lo studio del particolare è la chiave di volta per la comprensione delle correnti artistiche europee, delle rotte commerciali medievali, delle dinamiche sociali dell’età moderna. La rivista si pone, dunque, come un ponte: porta il metodo accademico sul territorio e, contemporaneamente, eleva le istanze del territorio al rango di dibattito scientifico internazionale.
Non crediamo in una storia dell’arte separata dalla storia economica, né in un’archeologia che ignori le scienze sociali. La complessità del reale richiede uno sguardo plurale. Ed è quello che abbiamo tentato di fare in questi cinque numeri, trascendendo dal carattere territoriale per assurgere a importanza nazionale e internazionale.
Sfogliando le oltre 750 pagine già pubblicate, scorrono i saggi corredati da immagini significative e possiamo notare la molteplicità degli argomenti e le varietà di approcci adottati dagli autori. Già il primo numero della rivista ha ospitato due saggi dedicati a Tomaso da Modena, artista fondamentale per la pittura del Trecento – di cui quest’anno ricorrono i 700 anni dalla nascita – e nello specifico è stato affrontato il suo taccuino di disegni oggi conservato nella prestigiosa Pierpont Morgan Library di New York. In casi di dipinti noti, gli studiosi si sono impegnati in letture iconografiche del tutto inedite, com’è stato ad esempio per La crocifissione di San Paolo di Jacopo Bassano; hanno contribuito a incrementare le informazioni su artisti poco documentati come il belliniano Luca Antonio Busati; hanno arricchito il catalogo ragionato di altri pittori, come Girolamo da Treviso. Studi rcheologici hanno definito i confini dei municipi romani di Belluno e Oderzo, altri hanno colmato lacune sulla storia di Treviso altomedievale, senza dimenticare epoche più recenti, come le significative trasformazioni urbanistiche e architettoniche tra Otto e Novecento che hanno determinato l’attuale aspetto e impianto urbanistico della città. Ci sono contributi più tecnici che indagano il ruolo della fotografia nell’arte o relazioni di restauro di palazzi, di affreschi e di sculture, che hanno svelato nuovi dettagli, come nel caso del Palinuro di Arturo Martini, opera di particolare rilevanza per l’arte italiana del Novecento. Studiosi hanno proposto elaborati dedicati alle arti applicate e alla grafica: è stato pubblicato uno studio su un bruciaprofumi islamico, un corpus inedito di disegni di Gino Rossi, alcune ricerche, invece, hanno approfondito le vicende di una delle collezioni di grafica pubblicitaria più importanti d’Italia e tra le maggiori al mondo, quella del trevigiano Nando Salce, oggi conservata al Museo Nazionale a lui titolato. Ampio spazio è stato dedicato all’affascinante e complesso mondo delle Ville Venete, lussuose residenze associate alle attività agricole che i patrizi veneziani fondarono nei Domini di Terraferma. Ricerche archivistiche, bibliografiche e iconografiche hanno messo in luce sontuosi edifici che erano stati dimenticati tra la fitta vegetazione e che necessitano di tutela, altri di cui si era persa completamente traccia, riesumando così un mondo culturale e artistico di fondamentale importanza per la storia del Paese.
E questo nuovo numero porta ancora l’attenzione sulle ville venete, focalizzandosi sul grande complesso di villa Mora di Montebelluna, palinsesto edificatorio sviluppato in varie fasi temporali che hanno visto anche l’intervento di Giorgio Massari. Si parla, poi, di una delle più prestigiose ville venete, la palladiana villa Barbaro, ma in questo caso con una lettura inedita e trasversale che analizza gli affreschi di Paolo Veronese, attraverso la lente della storia del costume. Vengono ripercorse le vicende architettoniche e degli interventi di restauro di palazzo Moretti, una nobile residenza che sorge nel centro storico di Treviso con decorazione ad affresco e un bel giardino all’italiana, che affonda le sue radici tra tardo medioevo ed età moderna.
Rimanendo in città, lo sguardo intrecciato a una precisa ricerca d’archivio va a cogliere architetture e aspetti urbanistici figli della ricostruzione post primo conflitto mondiale, quando vengono dettati dall’amministrazione comunale precisi canoni di decoro delle facciate. Il lavoro d’archivio è alla base della ricerca scientifica e caratterizza i contributi ospitati nella rivista, in particolare uno di questi analizza le lettere conservate nell’archivio personale di Nando Salce, permettendo di comprendere al meglio la personalità e nuovi elementi biografici del grande collezionista che da una piccola città di provincia è stato in grado di allacciare rapporti con i più importanti commercianti e collezionisti d’Europa. Rimanda invece al Sei-Settecento lo studio della documentazione relativa alla storia dell’architettura e dell’arte del complesso abbaziale di Follina, che offre nuovi dettagli sui lavori, artisti e manovalanze impegnate nell’antico insediamento monastico, ma anche interessanti riflessioni sulla società, sul contributo degli abati e delle famiglie dell’élite locale. Negli stessi anni, a Valdobbiadene, si insedia l’industria serica che vede un grande sviluppo fino agli anni Sessanta del Novecento quando si è estinta, lasciando però nel territorio significative testimonianze: proprio del complesso composto dalla villa padronale con il parco e dall’ex opificio tratta un saggio che restituisce oltre al legame con il passato, la situzione attuale lanciando uno sguardo verso il futuro. L’attenzione è, quindi, su Giorgione e del grande maestro si porta un nuovo sguardo sul fregio di Castelfranco e sull’eccezionale sequenza di oggetti dipinti a monocromo.
L’accreditamento scientifico impone anche una riflessione sul futuro. Una rivista vive se è capace di farsi incubatrice di giovani studiosi e ricercatori che spesso faticano a trovare sedi autorevoli disposte a ospitare ricerche originali e non seriali. Garantire loro una tribuna scientifica certificata significa investire sulla sopravvivenza stessa della cultura nel nostro Paese. In un momento in cui l’università rischia di trasformarsi in un “esamificio”, Fragmenta resta un luogo dove il tempo della ricerca e dell’approfondimento non è sacrificato alla velocità. Ogni saggio è il risultato di mesi, talvolta anni, di studi d’archivio, confronti e analisi sul campo. Il nostro impegno per i prossimi numeri sarà quello di intensificare questa apertura, partendo dal territorio veneto per rendere la rivista un polo d’attrazione e un punto di confronto per l’intera comunità scientifica.
Non ci stanchiamo perciò di ringraziare i membri del Comitato Scientifico e i numerosi revisori esterni che con i loro suggerimenti hanno elevato la qualità dei testi, e tutti gli autori che hanno condiviso con noi la fatica e la gioia della scoperta.
Infine, non si può tacere la dimensione estetica: Antiga ha voluto che Fragmenta fosse anche un oggetto bello da possedere, toccare e sfogliare. La qualità della carta, la restituzione dei colori, la cura del dettaglio grafico non sono concessioni al lusso, ma una forma di rispetto verso l’oggetto della ricerca. Studiare il bello richiede un supporto che ne sia all’altezza.
Il riconoscimento dell’ANVUR è per noi un punto di partenza e ci carica di una responsabilità civile: quella di continuare a tutelare, attraverso la conoscenza, un patrimonio che è di tutti. Se, come dicevano gli antichi, l’arte è ciò che rende la vita degna di essere vissuta, allora il compito di Fragmenta sarà quello di essere il custode critico di tale dignità. Questo nuovo numero è la prova che la cultura, quando è libera e rigorosa, non conosce crisi, ma solo nuove affascinanti prospettive. Siamo fieri e consapevoli depositari di un inestimabile patrimonio che, come ricorda Florestano Di Fausto, architetto e membro dell’Assemblea Costituente, “costituisce nel suo complesso il più alto contributo dello spirito all’umanità cosicché noi possiamo considerarci in qualche modo i depositari e i consegnatari responsabili di così incomparabile tesoro” 2.
1. Marc BLOCH, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino 1969.
2. Per approfondimenti si veda Tomaso MONTANARI, Costituzione italiana: articolo 9. Nuova edizione aggiornata, Roma 2018
Rossella Riscica
Aniello Sgambati
Chiara Voltarel
Comitato di redazione
SAGGI PUBBLICATI NEL QUINTO NUMERO DI FRAGMENTA
Oltre la scena: note sull’abbigliamento cinquecentesco negli affreschi veronesiani di villa Barbaro
Michele Vello
ABSTRACT
Fonti iconografiche primarie per l’analisi della storia del costume sono da sempre le opere d’arte, in particolare i dipinti su tavola o tela, in cui la tecnica sa restituire una verosimiglianza puntuale delle vesti. L’approccio pittorico dell’affresco, invece, nel quale lo scopo decorativo e scenografico è preminente, spesso sfruttando espedienti di illusione prospettica, può falsare la definizione delle fogge, a causa degli effetti della spessa pennellata e del segno più dinamico e spontaneo. Villa Barbaro a Maser rappresenta un unicum nel territorio trevigiano, per la narrazione e raffigurazione dei costumi del Cinquecento nel contesto delle ville venete, in particolare se la si raffronta a esempi coevi presenti prevalentemente nel vicentino, come villa Caldogno. Il contributo mira pertanto a un racconto inedito della nota architettura di Palladio affrescata da Veronese, già ampiamente analizzata dagli storici dell’arte, vista attraverso la lente della storia del costume.
Primary iconographic sources for analysing the history of costume have always been works of art, particularly paintings on wood or canvas, in which the technique used is able to reproduce the clothing with great accuracy. The pictorial approach of fresco painting, on the other hand, in which the decorative and scenographic purpose is paramount, often using perspective illusions, can distort the definition of styles due to the effects of thick brushstrokes and more dynamic and spontaneous lines. Villa Barbaro in Maser is unique in the Treviso area for its narration and depiction of 16th-century costumes in the context of Venetian villas, particularly when compared to contemporary examples found mainly in the Vicenza area, such as Villa Caldogno. This contribution therefore aims to provide a new account of Palladio’s famous architecture frescoed by Veronese, already extensively analysed by art historians, seen through the lens of the history of costume.
Nello studio di Giorgione. Nuovi sguardi sul fregio di Castelfranco Veneto
Gianluca Poldi
ABSTRACT
Il saggio, dedicato soprattutto al fregio orientale in casa Marta a Castelfranco Veneto, quasi concordemente attribuito a Giorgione, si concentra su una lettura iconografica della parte finale dell’opera, legata allo studio dell’artista, in cui si raffigurano numerosi strumenti pittorici e due dipinti, uno dei quali presentato allo stato di abbozzo. La ricerca intende, da un lato, sgombrare il campo da alcune confusioni interpretative, dall’altro, – considerando gli aspetti eminentemente grafici del fregio – proporre un raffronto con il disegno sottostante i dipinti di Giorgione, recuperato anche dall’autore grazie a un impiego ragionato della riflettografia infrarossa. Si presentano materiali in parte inediti, che permettono di tracciare forti legami tra alcuni dipinti giovanili, ante 1500 circa, un paio dei quali dibattuti dalla critica tra Giorgione e Sebastiano del Piombo.
This essay, primarily devoted to the Eastern Frieze in the Casa Marta in Castelfranco Veneto, generally attributed to Giorgione, focuses on an iconographic reading of the final section of the work, linked to the artist’s studio, which depicts numerous painting tools and two paintings, one of which is presented in the draft stage. The research aims, on the one hand, to clear up some interpretative confusion, and, on the other—considering the frieze’s eminently graphic aspects—to propose a comparison with the underdrawing of Giorgione’s paintings, also recovered by the author thanks to a judicious use of infrared reflectography. Some previously unpublished material is presented, allowing us to trace strong connections between several early paintings, dating before about 1500, a couple of which are debated by scholars between Giorgione and Sebastiano del Piombo.
Il complesso di villa Mora a Montebelluna: tra ascese e investimenti “da terra”
Lucio De Bortoli
ABSTRACT
Villa Mora è un grande complesso composto da un corpo centrale monumentale al centro di un sistema residenziale che comprende barchesse, oratorio, annessi e abitazione del castaldo. Il sistema è inserito in un parco all’inglese di notevoli dimensioni costituito da percorsi che incrociano l’andamento del canale e un notevole corredo statuario. Risultato di un palinsesto edificatorio a fasi temporali stratificate tra XVII e XVIII secolo, la residenza vide l’intervento di Giorgio Massari, al quale si deve con certezza l’oratorio e, con ogni probabilità, il completamento del complesso. La generosa sequenza di fonti cartografiche e il recente rinvenimento di carte private dei Mora consente ora di delineare le tappe di acquisizione del fondo, il suo sviluppo e, di concerto, le modalità di ascesa sociale di una famiglia veneziana.
Villa Mora is a large complex consisting of a monumental central building at the heart of a residential system that includes barchesse, an oratory, ancillary buildings, and the steward’s residence. The complex is set within an extensive English-style park, featuring pathways that intersect with the course of a canal and a rich array of statuary. As the result of a stratified building process spanning the 17th and 18th centuries, the residence saw the intervention of Giorgio Massari, who is certainly responsible for the oratory and, in all likelihood, for the completion of the complex. The wealth of cartographic sources, together with the recent discovery of private Mora family documents, now makes it possible to trace the stages of the estate’s acquisition, its development, and, in parallel, the dynamics of social advancement of a Venetian family.
Palazzo Moretti Adimari: la lunga storia di una dimora trevigiana del Settecento
Igino Marangon - Steno Zanandrea
ABSTRACT
Nel presente saggio, scritto a quattro mani, cospirano le competenze dello storico e quelle dell’artista per porre nella giusta luce un manufatto, oggi sacrificato da infelici scelte urbanistiche, il quale fu tra XVIII e XIX secolo residenza ragguardevole (Angaran, Pasini, Moretti Adimari) su cui mise le mani un artista quale Costantino Cedini, ma che affonda le sue radici nel periodo di transizione dal tardo medioevo all’età moderna. Con l’ausilio di documentazione tecnico-amministrativa e fotografica inedita, si è poi inteso inscrivere il restauro del 1939-1942 nel quadro del corrente Piano regolatore e di risanamento del quartiere di San Nicolò (1935), dove palazzo Moretti occupa un posto di privilegio grazie alla riqualificazione voluta dall’emergenza bellica. Conclude lo scritto una breve guida al corredo fotografico e agli elaborati grafici e una disamina delle quattro scene affrescate di gusto tiepolesco sul quale si attarda il Cedini dell’ultimo periodo.
In this essay, written collaboratively by a historian and an artist, the two authors combine their respective competences to cast proper light on a structure now compromised by unfortunate urban-planning decisions. Between the 18th and 19th centuries, Palazzo Moretti, then an important residence inhabited by the Angaran, Pasini, and Moretti Adimari, also hosted the work of an artist such as Costantino Cedini, while its origins reach back to the transitional period between the late Middle Ages and the modern era. Making use of unpublished technical-administrative and photographic documentation, the study goes on to contextualise the 1939-1942 restoration within the framework of the 1935 development and renewal plan for the Quartiere San Nicolò, where Palazzo Moretti occupies a privileged position thanks to the redevelopment necessitated by the wartime emergency. The essay concludes with a brief guide to the photographic collection and graphic materials, as well as an analysis of the four frescoed scenes of Tiepolo-like taste which C. Cedini dwells on in his last period.
Reinvenzione dell’antico: interventi edilizi a Treviso negli anni Venti
Carolina Pupo
ABSTRACT
All’indomani della prima guerra mondiale Treviso deve far fronte ai danni causati dai bombardamenti in diverse aree del centro storico. La delicata fase di ricostruzione è vista dall’amministrazione comunale come un’opportunità per avviare un nuovo e articolato programma urbanistico, comprendente l’ampliamento delle vie principali, la ristrutturazione degli edifici lesionati e la lottizzazione di aree periferiche. Per evitare restauri dissonanti in rapporto alle peculiarità stilistiche della città, si prescrisse di costruire secondo precisi canoni di decoro delle facciate. Esempio significativo è la ricostruzione del Croce di via, un’area centrale e nevralgica nei pressi della piazza dei Signori: qui il processo di reinvenzione e reinterpretazione in senso storicista degli stilemi del passato, avviato prima della guerra, trova nel corso degli anni Venti del Novecento la sua massima espressione. La ricerca si fonda su documentazione di archivio.
Following the First World War, Treviso had to deal with damage caused by bombing in various areas of the historic centre. The municipal administration saw the reconstruction process as an opportunity to implement a new, comprehensive urban planning programme, which included widening main streets, renovating damaged buildings, and subdividing undeveloped areas. To prevent restorations that did not align with the city’s stylistic characteristics, it was stipulated that buildings should be constructed according to specific façade decoration standards. A notable example of this is the reconstruction of Croce di Via, a central and pivotal area near Piazza dei Signori. Here, the reinvention and reinterpretation of historic stylistic features, which had begun prior to the war, reached its zenith in the 1920s. This research is based on archival documentation.
Nascita di una collezione: gli esordi di Nando Salce, 1895-1914. Archivi a confronto
Roberta Rizzato - Silvia Rizzato
ABSTRACT
Nel 1895 il diciassettenne trevigiano Nando Salce inizia a raccogliere i suoi primi avvisi pubblicitari. Appena quattro anni dopo, nel 1899, egli è in grado di allacciare rapporti internazionali – Parigi, Monaco, Madrid, Barcellona – con i più importanti commercianti e collezionisti d’Europa. Rapporti di exchange ma anche di vero e proprio commercio di manifesti. Dall’analisi sistematica delle lettere presenti nel suo archivio documentale, messe in relazione con le missive di mano del Salce presenti nel Fondo Sagot-Le Garrec di Parigi e in quello Lluis Plandiura di Barcellona, emerge un nuovo profilo del collezionista trevigiano. Una personalità decisa a perseguire i suoi obiettivi, tra cui quello di far conoscere l’emergente cartellonistica italiana presso esperti ed estimatori europei. Un collezionista capace di tenersi aggiornato su metodi di conservazione e di avere accesso alla pubblicistica internazionale, costituita da riviste, cataloghi specializzati inerenti la nuova arte del cartellonismo.
In 1895, seventeen-year-old Nando Salce from Treviso began collecting his first advertisements. Just four years later, in 1899, he was able to establish international relationships—Paris, Munich, Madrid, Barcelona—with the most important dealers and collectors in Europe. These relationships were based on exchanges, but also on actual poster trading. From a systematic analysis of the letters in his documentary archive, compared with letters written by Salce in the Sagot-Le Garrec Collection in Paris and the Lluis Plandiura Collection in Barcelona, a new profile of the Treviso collector emerges. A personality determined to pursue his goals, including introducing emerging Italian poster art to European experts and enthusiasts. A collector capable of staying abreast of conservation methods and having access to international publications, consisting of magazines and specialized catalogs pertaining to the new art of poster art.
Schede d’archivio per la storia dell’arte dell’abbazia di Follina (1600-1755)
Massimo Della Giustina
ABSTRACT
Il contributo presenta il contenuto di un registro di scritture e progetti inerenti le vicende storico-artistiche dell’abbazia di Follina nel periodo 1600-1755. La documentazione permette di integrare quanto già noto offrendo nuovi dettagli e più puntali riscontri sugli artisti, la loro opera – sovente corredata dai relativi progetti – e la committenza. L’incartamento non si limita solamente a meglio definire i vari aspetti delle opere materiali, ma coglie anche la rinnovata capacità dell’abbazia di fungere nuovamente da polo attrattivo facendo intravedere una capacità di proiezione culturale di respiro più ampio che nei tempi immediatamente precedenti; una nuova stagione cui contribuirono non solo gli abati, ma anche famiglie dell’élite locale.
The contribution presents the content of a register of writings and projects concerning the historical and artistic events of the Abbey of Follina from 1600 to 1755. The documentation allows for an integration of what is already known, offering new details and more precise evidence regarding the artists, their works—frequently accompanied by related projects—and the patrons. The compilation not only aims to better define the various aspects of the material works but also highlights the renewed ability of the abbey to once again serve as an attractive hub, suggesting a broader cultural projection than in the immediate preceding periods; a new era in which not only the abbots but also local elite families contributed.
Acque fondative. La Cordana di Valdobbiadene, l’industria serica e nuove visioni
Alessio Berna - Patrizio Collatuzzo - Miro Graziotin
ABSTRACT
Lungo il torrente Cordana, nel centro di Valdobbiadene (TV), dal Seicento si è insediata l’attività serica che, raggiunto l’apice negli anni Sessanta del Novecento, si è estinta, lasciando nel paesaggio reperti e memorie. Il recupero filologico del primo edificio – ex opificio – da parte dell’amministrazione pubblica, è compreso in un masterplan che interessa l’intero complesso (villa padronale, opificio, parco) denominato Villa dei Cedri, la cui nuova funzione si va configurando come punto di riferimento per una nuova stagione culturale, non esclusivamente museale, dedicata al “Pensiero collinare”.
Starting in the 17th century, silk making had its centre along the Cordana stream in Valdobbiadene (TV). This activity reached its peak in the 1960s and then gradually disappeared, leaving behind both artifacts and memories. The philological recovery of the first building, the former mill, carried out by the public administration, is included in a master plan which concerns the entire complex—the manor house, the mill, the park—named Villa dei Cedri. Its new function is becoming a reference point for a new cultural season dedicated to the landscape of the hills.